E’ utile l’arte al di là del suo esistere in quanto già e solo merce?
L’artista compie un’azione absoluta, non libera alcun significato teologico; non è più un demiurgo: raccatta un minimo di rispetto - quando gli va bene - o, più spesso, una commiserazione infarcita di disprezzo.
Crea, ma senza spazio assegnato: tutt’al più si stabilisce all’interno di un non-luogo assediato dal quale diventa possibile “essere voce”. Un esserci dove non si dovrebbe. Cosa abita la poesia?
L’unica dimensione è forse quella di un luogo concreto e di mappa virtuale allo stesso tempo in cui tutti gli spazi reali sono rappresentati ma allo stesso tempo negati e sconvolti. Luoghi fuori da ogni luogo, eppure presentissimi. Il suo tentativo di “trovare dimora” avviene attraverso un silenzio allusivo e denso, discreto ed imbarazzato, deriso anzi.
La sua laconicità sfugge all’autocitazione e alle celebrazioni altrui, alle rassegne stampa, ai “grandi eventi” (culturali?). Il fare artistico si esprime insomma con una sorta di lontananza e di pudicizia co/presenti sull’orlo del precipizio: ed è un lavorìo solitario e difficile, da mimetizzare, da nascondere quasi: la poesia làtita.
Perciò se questa - l’arte in genere - è immorale ed immorale sarebbe l’attendervi, i poeti sono già per definizione colpevoli. Avvertono di essere se non inefficaci, almeno superflui: sono i buffoni, i folli; non hanno collocazione storica: sono un lusus, un errore. Ed il loro gesto non si colloca, motivo per cui è utopico. Come se non avvenisse.
O forse sempre sul punto di avvenire.
Ecco: la voce della poesia è muta ma irradia un silenzio intollerabile. Assordante. La sua parola si dispiega come chiarore taciturno, un quieto riverbero scuro d’inchiostro o di colore. E allora quella voce segnala, così come la parola/materia diventa luce rivelandosi: l’arte è luciferina, anche se l’indeterminatezza del segno artistico elude ogni tentativo - spesso necroscopico - di recinzione-recensione-rischiarimento. Troppa luce? Troppa luce. Nell’ombra della parola invece la parola di IsolaPoesia vuole letteralmente parlare al vento e nello stesso tempo vuole farsi presenza, voce e materia, corpo e suono: “corrispondenza” come aveva scritto quel francese…